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Open source per le donne in difficoltà

CHAYN_Italia_logo-e1458502068965Si chiama Chayn Italia ed è la neonata piattaforma che utilizza tecnologie open source per combattere la violenza domestica nel nostro Paese. Chayn nasce per dare risposta alle donne che, sempre più spesso, compiono il primo passo per liberarsi dall’incubo della violenza, rivolgendosi a internet e scontrandosi con la frammentarietà e varia qualità dei contenuti web. Le vittime – e chi sta loro vicino – hanno, prima di tutto, bisogno di informazioni: in che modo la legge è dalla parte delle vittime? Come affrontare emergenze o problemi di tipo psicologico e sanitario? E soprattutto a quali centri specializzati ci si può rivolgere? La rete Chayn raccoglie queste ed altre informazioni e le rende facilmente fruibili a chi ne ha bisogno, offrendo la prima forma di “conforto”. Questo, infatti, è il significato della parola “Chayn” in Urdu, la lingua di nascita del progetto, sviluppato per la prima volta in Pakistan nel 2013 e che oggi conta 130 volontari in 13 diversi paesi.

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Una telefonata mi ha spiegato perché i fatti di Colonia non possono essere letti in termini di “noi e loro”

I fatti di Colonia, devo ammettere, mi hanno lasciata spiazzata. Il racconto fatto da giornali e tv aveva qualcosa che non quadrava. Come “azione di guerra”, definizione usata dalla stampa -almeno da quella nostrana- sarebbe stata grave più di una bomba al centro della città, ma mi è parso di percepire che la reazione delle Autorità non sia stata proporzionata a questa interpretazione. Allora forse si è voluto esagerare?

Più leggevo e meno mi pareva di capire. La Zanardo, se la stava prendendo con chi aveva il mio stato d’animo? Come andavano interpretate le dichiarazioni della polizia di Colonia? Intanto, la lettura dei fatti più intelligente mi sembrava quella di Giulia Blasi “La Colonia in sé e la Colonia in te”. E a confermare la mia impressione, è stata la telefonata di un italianissimo e per niente islamico consulente aziendale, ricevuta ieri in ufficio.

IO: “D’accordo, allora, in giornata, le faccio sapere se i documenti relativi ai leasing sono necessari”

LUI: “Va bene. Comunque, lei è stata assente all’inizio di gennaio o sbaglio?”

IO: “??? In effetti sì, non sono stata bene”

LUI: “Credevo avesse troppo festeggiato”

IO: “No, purtroppo no” (Col tono di chi intende tagliare corto)

LUI: “Immaginavo avesse esagerato a Capodanno”

IO: “Purtroppo no”

LUI: “Non era a Colonia?!!”

IO: “Pur… per fortuna no!”

LUI. “AHHAHAHAHAHAAAAHH!!!”

IO: “Arrivederci!”

LUI: “Arrivederci!”

click.

Devo aggiungere altro?

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25 novembre. A Kalina e al suo coraggio, per la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

La incontrai nella sede del centro antiviolenza di una media città della Toscana, a due anni dalla fine di un incubo. All’epoca, Kalina (chiese di essere chiamata così) aveva 25 anni e voglia di raccontare. Giovanissima, aveva lasciato Cuba, inseguendo un sogno d’amore. Lui “era bellissimo, allegro e scherzoso e veniva dall’Italia, il luogo che Dio ha curato di più”. Lo sposò a Cuba, in novembre, dopo circa un anno dal loro primo incontro, lasciandosi alle spalle un fidanzamento a distanza e portando con sé un permesso di soggiorno per motivi familiari e tanta fiducia in lui.

Una volta arrivati, però, Kalina non vide spalancarsi le porte del mondo al di là dell’oceano, anzi, lui cominciò a costruirle intorno confini molto stretti. Si erano stabiliti a casa dei genitori del marito e, a due mesi dalle nozze, aspettavano un bambino.

“Dalla gravidanza, iniziò a provare un sentimento di rifiuto nei miei confronti. Iniziò ad offendere me, la mia famiglia e il bambino. Dalle offese passò alle minacce e ai fatti: premeva con forza le dita sulla mia pancia, mi sputava sul viso e, mentre eravamo a tavola con la sua famiglia, mi pungeva con gli stuzzicadenti sotto la tovaglia”. La violenza aumentava in intensità e frequenza, di fronte ai familiari indifferenti o incapaci di intervenire. “Cominciai a cercare di coprire i segni delle violenze ripetute. Al sesto mese di gravidanza, finii in ospedale, dove salvarono il bambino da una minaccia di aborto. Allora, la speranza che tutto si sistemasse fu più forte della volontà di denunciare”.

Le cose, invece, peggiorarono. Si trasferirono in un’altra casa, dove il bambino nacque di otto mesi. Le violenze continuavano e i rapporti con altre persone erano sempre più rari. “Non potevo uscire da sola, prendere un autobus, fare la spesa o comprare qualcosa di mia iniziativa. Non avevo soldi, né documenti. Mi allontanò anche dagli amici che mi aveva presentato. Diceva che erano persone cattive e che doveva proteggermi”.

Il primo tentativo di salvarsi arrivò, dopo 14 mesi. “Avevamo portato il piccolo a Cuba, per farlo conoscere ai nonni e io comunicai la mia volontà di non tornare indietro. Resistetti alle lacrime e alle implorazioni di mio marito e dei suoi genitori e rimasi ”. La libertà, però, durò solo due mesi. “Mio marito tornò. Sembrava completamente cambiato. Era gentile, premuroso e, con il fascino della prima volta, prometteva ancora una vita felice insieme. Fu mia madre a convincermi a dargli un’altra chance”.

L’incantesimo durò per due anni. L’uomo sembrava aver messo da parte il suo lato violento, anche se Kalina non aveva fatto passi avanti nella conquista di una sua autonomia. “La mia condizione non era troppo diversa da quella di una schiava: iniziai a lavorare come operaia nell’azienda di famiglia, ma non venivo pagata e la mia posizione lavorativa non era ufficiale. Dopo un aborto volontario, superai la paura che una nuova gravidanza potesse far riemergere la violenza ed ebbi un secondo figlio”.

L’equilibrio si ruppe qualche tempo dopo. “Trovai, in casa, una bustina di cocaina. Mi disse che era di un amico. Pochi giorni dopo, ricominciò il terrore”. Lui usciva ogni sera e tornava, in piena notte, ubriaco e fatto. Svegliava la moglie e i figli minacciandoli e picchiandoli. “ Dopo un po’ di tempo, imparammo a difenderci fingendo di dormire. Il più bravo era il piccolo. A volte, credevo anch’io che dormisse, nonostante le urla del padre che rovesciava mobili, rompeva stoviglie e gettava oggetti dalla finestra”.

“Toccai il fondo quando, al quarto mese di una nuova gravidanza. Partorii, da sola, un bambino ormai morto. Finsi di perdonare mio marito per amore dei miei figli”. E grazie all’amore per i figli, Kalina riuscì a trovare il coraggio di uscire di casa ed ebbe la possibilità di trovare aiuto. Convinse la suocera ad accompagnarla da uno psicologo per risolvere alcuni problemi comportamentali del figlio maggiore. Alla ASL, nonostante lei avesse parlato soltanto del figlio, capirono in fretta: “Prima dobbiamo aiutare lei, poi penseremo al bambino”.

Così, Kalina venne in contatto con gli operatori del centro antiviolenza. Farsi aiutare non fu facile, sia perché temeva che se il marito l’avesse scoperta l’avrebbe uccisa, sia perché, nonostante fosse moglie da sette anni di un italiano, madre di due cittadini italiani , operaia nella fabbrica di famiglia, la sua presenza qui era sconosciuta alle autorità: tecnicamente era irregolare. “Il mio permesso di soggiorno era scaduto da quattro anni e ogni operazione di aiuto nei miei confronti era impossibile, anzi proibita dalla legge”.

“Un giorno eravamo usciti con i bambini. Fummo affiancati da una volante della polizia. Ricordo la paura che mio marito si accorgesse di qualcosa. Ci chiesero i documenti e ci portarono in Questura per il rinnovo del permesso di soggiorno”.

Da lì, iniziò la risalita. La fuga coi bambini, la permanenza in due diverse case-rifugio, la separazione dal marito con obbligo di alimenti per 500 euro al mese, l’inizio di alcuni lavori saltuari. All’uomo è stato tolto l’affidamento dei figli, ma non ha subito conseguenze penali.

Per lei, forse non è ancora facile, ma almeno adesso è possibile.

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