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Per chi lavora la tata?

Sabato mattina, ferma al semaforo, la mia auto segna 27 gradi: un buon motivo per tenere i finestrini aperti. L’attesa dura giusto il tempo di farmi arrivare all’orecchio un’unica frase, forte e chiara: “Poi, a mia moglie, ci vuole la tata!”. Mentre, sulla destra, sfilano due biciclette con a bordo altrettanti signori sui 60, nella mia testa, appaiono due domande polemiche:

Chissà dove vive questo signore, che si preoccupa dell’assunzione di una tata per la casa della moglie?

O, più probabilmente, dopo essersi goduto il sole con l’amico sta  tornando in quella stessa casa lustra e, vista l’ora, con la tavola apparecchiata e i piatti fumanti?

Il tono del signore fa propendere per la seconda opzione. Niente di cui stupirsi, visto che le donne Italiane (come, su base dati Istat, indica il rapporto “Le equilibriste” redatto da Save the children, 8 marzo 2016) dedicano al lavoro domestico e di cura non pagato circa 5 ore e 9 minuti al giorno, a fronte di un impegno degli uomini pari a 2 ore e 22 minuti. Inoltre, anche la suddivisione del lavoro non è neutra. “Le donne infatti si concentrano principalmente su attività eminentemente domestiche (come stirare e cucinare), mentre gli uomini dedicano la maggior parte del tempo ad attività come riparazioni e cura degli animali domestici”.

Insomma, l’assunzione della tata (sempre donna!) suona quasi come un eventuale regalo alla moglie. D’altra parte, ad oggi, la tata è lei e non costa niente!

 

 

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La segretaria del direttore

La prima volta che le ho chiesto di mettere alla firma del direttore il modulo per congedo, mi ha decisamente spiazzata. “Non ti devi preoccupare, le giovani mamme hanno diritto a stare a casa ogni volta che ce n’è bisogno. Pensa io non ho lavorato fino a 38 anni per stare con i miei figli”.

Ho creduto che avesse preso per un tentativo di giustificazione, il fatto che fossi arrivata spiegando la situazione, anche se il mio voleva essere solo un modo di aumentare la confidenza tra colleghe che si frequentano poco.  Poi ha continuato: “Se ha qualcosa da ridire, lo mettiamo a posto noi!”. Io veramente non avevo messo proprio in conto che il direttore potesse avere qualcosa da ridire per un giorno (forse due) di congedo, ma lei ha rincarato la dose  e, mentre ancora mi sforzavo di figurarmi la segretaria che rimbrotta il direttore, ha sibilato: “Sai, lui ha molti figli e nipoti, ma se li è potuti permettere perché la moglie è baby pensionata!”. Allora forse ce l’ha con il capo?

Qualche tempo dopo mi ripresento, chiedendo di far firmare una semplice dichiarazione sul fatto che io lavoro lì, proprio in quella sede, in quella via, a quel numero civico: praticamente un’evidenza. Mi serve per l’iscrizione di mia figlia alla scuola materna e so che alcune colleghe in passato, con altri dirigenti, hanno già utilizzato la stessa formula. Credevo fosse cosa semplice, ma si rivela un grande esercizio di pazienza, dote che possiedo in abbondanza, ma che questa volta giustamente latita. Al “Non so se si arrabbierà”, protesto sonoramente, poi cerco di ricomporre la situazione, ma ne ottengo una dose di veleno decisamente stridente con la figura rotonda, attempata e sorridente che offre a chi la incrocia nel corridoio. “Non ti preoccupare, anch’io ero come te. Ero sempre in ritardo e divisa tra il lavoro e figli piccoli. Poi, al Comune dove lavoravo, l’ho detto: se non siete contenti, non dovevate farmi il contratto!”.

Quindi non ce l’aveva con il capo, è proprio allergica alla madri che lavorano!

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Il doppio incarico

Lei ordina, dispone, organizza. Il pc che ha di fronte contiene documenti contabili, piani finanziari, dichiarazioni di ogni sorta, ma ciò su cui tiene il vero controllo è a casa: un ragazzino dolce al ritorno dalla scuola media, una quindicenne in piena regola con la lista dei turbamenti dell’adolescenza, un marito in proprio, che quindi pranza a casa, ma rigorosamente su indicazione della moglie.

Sì perché è lei che sa cosa ha lasciato nel frigorifero la sera prima. Lei che decide a chi dei tre tocca svuotare la lavastoviglie, a chi sparecchiare, a chi spazzare in sua assenza (e solo in sua assenza!).

Conosce i compiti di scuola assegnati per il giorno dopo, in tempo reale. Perché, oggi, il registro è elettronico e i genitori possono controllarlo da casa, dall’ufficio o dal bar, se e quando vogliono.

Lei decide che il suo “Topino”, dopo pranzo, avrà mezz’ora per riposarsi, che poi dovrà dedicarsi alla geografia e al disegno dello scheletro umano. Lei sa, perché ce lo ha messo la mattina stessa, cosa contiene la borsa per gli allenamenti di calcio. Ed è proprio al campo da calcio, dall’altra parte della città, che si precipiterà una volta uscita dall’ufficio.

Lei conosce uno ad uno i compagni di classe della sua adolescente un po’ indifesa e un po’ scontrosa. Gli amici che frequenta fuori da scuola. I loro voti. Sa dove si ritrovano, la strada e i mezzi che usano per raggiungere la meta e  quella per tornare a casa. Lei, a suo tempo, ha frequentato un istituto tecnico, ma talvolta dopocena non manca di cimentarsi con il latino.

Con tono dolce e risoluto gestisce quel disordinato microcosmo che è la famiglia. Indirizza, rimette in carreggiata, placa i diverbi, sostiene nei momenti di crisi.

Forse, si intende questo per “mamma che lavora”: impiegata semplice in ufficio, dirigente e operaia nelle “restanti” 24 ore.

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Il mio lavoro secondo i miei genitori, capitolo II

“Allora, sei contenta?”
“No”
“…ma è un lavoro in un’amministrazione importante. Regolare, retribuito. Ha l’orario flessibile”
“Di cosa dovrei essere contenta? Di essere sottoinquadrata e con nessuna prospettiva, oltre che ancora precaria?”
Qui, la creatività dei miei genitori supera talmente la mia immaginazione che mi spiazza e mi lascia quasi senza parole:
“Ti dà una posizione, l’indipendenza dal marito…”
“…”
“!”
“L’indipendenza dal marito?”

Avete capito bene ragazze, buttate alle ortiche gli anni di Università, le esperienze di lavoro, le vostre attitudini personali, speranze e impegno, tanto vi basta un lavoro che vi permetta almeno di mangiare nel caso in cui a vostro marito venga un colpo di testa.

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Ballerine rosa

Non li conosco, ma li immagino così: lei una mamma di corsa, divisa tra lavoro, giardinetti e lavatrici. Lui un bel bambino, in età da scuola materna, scapigliato e chiacchierone.

Ebbene, a quanto pare, l’ometto, un bel giorno, è stato portato in un negozio per comprare un paio di scarpe e ha scelto quelle che preferiva. Amore a prima vista. Le desiderava così tanto che per la madre è stato impossibile negargliele.

La immagino leggermente chinata, cercare lo sguardo del bambino e spiegare: “Quelle non vanno bene per te! Ne scegliamo un altro paio!”.

A questo punto non so, se per convincerla siano stati necessari occhi da cucciolo e un musetto carico di delusione che, proprio no, alcune mamme – tra cui me – non possono sostenere, oppure se abbia dovuto inscenare uno dei quei drammi, possibili solo per bambini con meno di 8 anni. L’età in cui, un paio di scarpe o una caramella sono un motivo sufficiente per urlare di disperazione, diventare paonazzi e stendersi per terra  gridando al mondo l’ingiustizia subita.

Qualunque sia stata la tecnica di persuasione, non solo madre e figlio sono tornati a casa con un paio di ballerine rosa, ma al mattino successivo lui, fierissimo, le ha indossate per andare a scuola.

Ed è qui che lei ha incontrato gli sguardi e i commenti ostili, divertiti o perplessi  delle altre mamme.

È qui che lui ha incontrato l’ammirazione e l’approvazione dei compagni di classe.

“Mamma, hai visto, che le scalpe con il disegno del mio animale pleferito sono piaciute a tutti!!?”

Eh sì, perché le ballerine rosa, erano soprattutto un paio di scarpe zebrate.

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