Archivi tag: Educazione

Ministra o ingegnera, attenta a come parli

Accademia della crusca, paleIngegnera, assessora, ministra: non c’è dubbio che bisogna ancora fare uno sforzo per accettare parole come queste. Talvolta si teme che le stesse interessate possano offendersi nel sentire declinare il proprio titolo al femminile, come se questo sminuisse l’importanza del loro ruolo. Eppure queste parole esistono e dovremo abituarci a sentirle e usarle, rispettando le donne, finalmente rappresentate come tali anche quando ricoprono posizioni di prestigio e responsabilità, e rispettando la nostra lingua e le sue regole, che peraltro significa guadagnare in termini di efficacia della comunicazione. A spiegare tutto questo è la professoressa Cecilia Robustelli che, alle questioni di genere nella lingua italiana, ha dedicato una parte consistente del suo impegno accademico e, in questi anni, si è spesa per affermarne e divulgarne i principi in molte sedi, soprattutto istituzionali: dall’Unione europea alla Camera dei Deputati. L’ultimo di questi impegni risale a questa mattina, presso la Villa di Castello e sede dell’Accademia della Crusca, di fronte a una platea di giornalisti, tra cui me, diligentemente impegnata ad accumulare, in extremis, i crediti  della formazione obbligatoria

Torniamo a noi. Credete che la parola architetta sia cacofonica? Che “assessora” proprio non si possa sentire? Bene, allora rinunciate a scrivere correttamente o rassegnatevi a leggere titoli “poco intuitivi” come questi:

“Eva, il medico del Chelsea e gli attributi delle donne”

“Il Sindaco di Cosenza: aspetto un figlio! Il segretario DS: il padre sono io”

Le donne, infatti, seppur lentamente, stanno conquistando le cariche che meritano, sarà quindi sempre più necessario che anche l’uso della nostra lingua si adegui: non solo tate e commesse, ma anche commissarie e direttrici. Nascondere le donne nella lingua scritta e parlata, del resto, non aiuta. Né aiuta rappresentarle prevalentemente in posizioni di debolezza, come avviene sui nostri media, dove le donne sono il 48% delle vittime raccontate e, al massimo (su Sky TG 24), il 14% di esperti, politici e professionisti.

Insomma, le parole ci sono. Stiamo attenti a come e a quanto le usiamo.

Per saperne di più, clicca qui.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Per chi lavora la tata?

Sabato mattina, ferma al semaforo, la mia auto segna 27 gradi: un buon motivo per tenere i finestrini aperti. L’attesa dura giusto il tempo di farmi arrivare all’orecchio un’unica frase, forte e chiara: “Poi, a mia moglie, ci vuole la tata!”. Mentre, sulla destra, sfilano due biciclette con a bordo altrettanti signori sui 60, nella mia testa, appaiono due domande polemiche:

Chissà dove vive questo signore, che si preoccupa dell’assunzione di una tata per la casa della moglie?

O, più probabilmente, dopo essersi goduto il sole con l’amico sta  tornando in quella stessa casa lustra e, vista l’ora, con la tavola apparecchiata e i piatti fumanti?

Il tono del signore fa propendere per la seconda opzione. Niente di cui stupirsi, visto che le donne Italiane (come, su base dati Istat, indica il rapporto “Le equilibriste” redatto da Save the children, 8 marzo 2016) dedicano al lavoro domestico e di cura non pagato circa 5 ore e 9 minuti al giorno, a fronte di un impegno degli uomini pari a 2 ore e 22 minuti. Inoltre, anche la suddivisione del lavoro non è neutra. “Le donne infatti si concentrano principalmente su attività eminentemente domestiche (come stirare e cucinare), mentre gli uomini dedicano la maggior parte del tempo ad attività come riparazioni e cura degli animali domestici”.

Insomma, l’assunzione della tata (sempre donna!) suona quasi come un eventuale regalo alla moglie. D’altra parte, ad oggi, la tata è lei e non costa niente!

 

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

“If Hillary were a man…”: le donne, in Occidente, e la loro possibilità di scegliere (fra Renzi e Trump)

Sposa o concubina? Molti anni fa, in un mondo ancora poco progredito, queste erano le due possibili scelte alla base dell’identità di una donna. Come dire, macchina per fare figli e procuratrice di cure per la famiglia o oggetto sessuale accuratamente agghindato? Poi sono arrivate tante donne coraggiose che hanno rifiutato lo schema, hanno sfilato, gridato e combattuto. Hanno cambiato tutto. Eppure, aprendo il giornale di oggi, si direbbe che il modo di pensare le donne sia rimasto lo stesso. L’aggravante sta nel fatto che quella raffigurazione proviene direttamente da chi ci governa o è candidato a farlo.

Il primo riferimento è a Tommaso Nannicini, sottosegretario di Palazzo Chigi, che spiega ai cronisti un piano del governo volto a dare la possibilità di prepensionamento con decurtazione della pensione a chi voglia farlo. “Ci sono tre categorie – dice Nannicini – La prima è quella delle persone che hanno una preferenza ad andare in pensione prima, ad esempio la nonna dipendente pubblica che vuole accudire i nipotini”. L’apparente tripudio di stereotipi non deve ingannare. E’ vero che il primo pensiero non va molto al di là del consolidamento del preconcetto: donna, dipendente pubblica e ormai anziana. Cosa avrà mai dato e cosa potrà mai dare questa sul lavoro? Eppure le parole del sottosegretario dicono verità incontrovertibili. L’esercito di aspiranti pensionati, rimasti intrappolati tra le maglie della legge Fornero, è ben nutrito e molti di loro, probabilmente, contratterebbero (e contratteranno) volentieri un’uscita anticipata dal lavoro, in cambio di parte del denaro che gli spetta in virtù di un lontano patto fatto con lo Stato: contributi oggi per pensione domani. E’ molto probabile che la maggior parte di questi lavoratori siano donne. E lo è perché, non solo dopo il prepensionamento, ma anche prima, erano i principali caregivers per le loro famiglie. Sono quindi più stanche, ma anche più abituate e più educate a fare certi lavori. Risultato? L’Italia, che doveva cambiare verso, continua a fare politiche che chiedono alle donne di sostenere il welfare del Paese, prendendosi cura di bambini, anziani e portatori di handicap. Per la generosa offerta, le anziane signore saranno ricambiate aumentando ulteriormente il divario di retribuzione con i loro colleghi e mariti. Insomma, dicendo “nonne” e non “nonni”, i nostri governanti non ci hanno lasciato neppure il piacere di scoprire da soli, che stanno di nuovo chiedendo alle donne di fare più sacrifici degli altri.

Arriviamo all’aspirante capo di stato.  L’immagine che Trump ci offre di sé è qualcosa a cui, noi italiani, siamo abituati: un anziano signore molto ricco e potente, che sproloquia mentre, alle sue spalle, giovani e attillatissime Barbie tacciono, in posa. Anche le battute sessiste non ci sorprendono. La frase ci appare anche un po’ vuota: “Se Hillary Clinton fosse un uomo non avrebbe il 5% dei voti”. Sventura di Trump è che, questa volta, alle sue spalle c’è anche una donna vera. Marie Pat Christie, che pure sposata al tycon aspirante numero due di Trump, tradisce nello sguardo un evidente imbarazzo. Una moglie è capitata tra le ragazze immagine, una che si è permessa di invecchiare e, almeno per una volta, anche di dissentire silenziosamente.

Allora ragazze, che fare? Bisturi e minigonna o spazzolone e detersivo? Il più vecchio e saggio consiglio è quello delle mamme di un tempo: “Sposati uno ricco”. Già, lo aveva detto anche l’ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Maschio e femmina li creò

DSC_0999Sono relativamente giovani, papà e mamme con cui è piacevole rimanere in conversazione. Gente che lavora, che forse alle spalle ha laurea, master e specializzazioni. Eppure, anche questi genitori (e chi vi incappa) sono vittime dei più insidiosi e, apparentemente superati, cliché.

Li vedi attenti a seguire i passi incerti dei figlioletti intorno allo scivolo. Bimbi ancora rotondi, barcollanti e assolutamente non parlanti. Bimbi innocenti, spontanei, del tutto sprovveduti e maldestri, come si conviene a chi non abbia raggiunto neppure un anno di età. Insomma, creature adorabili.

Creature adorabili con genitori pronti a riconoscerli come maschi prepotenti da giustificare. Sì, proprio quando meno te lo aspetti, la mamma alta e bruna è pronta a rivolgersi a tua figlia dicendo: “Devi scusarlo, è un maschietto, è un po’ irruento”.  Quel tondarello in estasi da parco giochi sembra molto tranquillo, al più non ha ancora fatto bene i conti con l’equilibrio e deve imparare a gestire lo spazio intorno a sé, ma se già adesso gli diciamo che ci aspettiamo da lui un comportamento irruento, che per lui è naturale perchè è maschio, non ci sarà da stupirsi se fra tre, dieci o vent’anni si sentirà in dovere di assumere altri atteggiamenti, mentre le gentili rappresentanti dell’altro sesso, lo scuseranno con innata pazienza.

Non mancano comportamenti agli estremi opposti, ma ugualmente ansiosi di tramandare vecchi ruoli. Ecco allora che, ancor prima che ci sia stata una qualunque interazione, la mamma si lancia in un “Quella è una bimba: le fanciulle si trattano con i guantini, con i guantini!”. Ci sarebbe da rispondere: “Gli altri maschietti, invece, si possono prendere a schiaffi?”, ma si lascia correre perché siamo di fretta, perchè saremmo fraintesi o offensivi, si lascia correre chiedendosi quanto tempo dovrà ancora correre per nascere liberi di scoprire chi siamo.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Ballerine rosa

Non li conosco, ma li immagino così: lei una mamma di corsa, divisa tra lavoro, giardinetti e lavatrici. Lui un bel bambino, in età da scuola materna, scapigliato e chiacchierone.

Ebbene, a quanto pare, l’ometto, un bel giorno, è stato portato in un negozio per comprare un paio di scarpe e ha scelto quelle che preferiva. Amore a prima vista. Le desiderava così tanto che per la madre è stato impossibile negargliele.

La immagino leggermente chinata, cercare lo sguardo del bambino e spiegare: “Quelle non vanno bene per te! Ne scegliamo un altro paio!”.

A questo punto non so, se per convincerla siano stati necessari occhi da cucciolo e un musetto carico di delusione che, proprio no, alcune mamme – tra cui me – non possono sostenere, oppure se abbia dovuto inscenare uno dei quei drammi, possibili solo per bambini con meno di 8 anni. L’età in cui, un paio di scarpe o una caramella sono un motivo sufficiente per urlare di disperazione, diventare paonazzi e stendersi per terra  gridando al mondo l’ingiustizia subita.

Qualunque sia stata la tecnica di persuasione, non solo madre e figlio sono tornati a casa con un paio di ballerine rosa, ma al mattino successivo lui, fierissimo, le ha indossate per andare a scuola.

Ed è qui che lei ha incontrato gli sguardi e i commenti ostili, divertiti o perplessi  delle altre mamme.

È qui che lui ha incontrato l’ammirazione e l’approvazione dei compagni di classe.

“Mamma, hai visto, che le scalpe con il disegno del mio animale pleferito sono piaciute a tutti!!?”

Eh sì, perché le ballerine rosa, erano soprattutto un paio di scarpe zebrate.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail