Il mio nome è Jack

La mia adorata nipote, la maggiore, che ha dieci anni, siede al contrario su una modesta sedia da ufficio, con lo schienale traforato in plastica gialla. Si guarda intorno, un po’ con l’aria serissima e indaffarata di chi ha per le mani una missione difficile e delicata, un po’ con lo sguardo concentrato di chi deve intercettare un compagno di giochi.

“Ziaale! Facciamo che io sono il controllore di volo e tu l’assistente?”

“Va bene! Agli ordini capo!”

A ben guardare, in effetti, di fronte a lei si estende una complicatissima sala dei bottoni. Altro che plastica gialla! Ci sono monitor con mappe indecifrabili, radar, potentissimi computer.

“Bene! Abbiamo perso i contatti con un aereo. Ho bisogno di alcune carte ma… devi scegliere un nome!”

“Ok! io sono…”

“Io sono Jack!”

“Jack!? Jack è un nome da uomo. Non puoi chiamarti Jack!”

“Sì che posso! Sono il capo della stazione di controllo! Facciamo che ero un maschio!”

“Il capo della stazione di controllo non può essere una donna?”

“Dai zia, tu come ti chiami?”

“Io mi chiamo Geltrude!”

“No, Geltrude no!”

“Neanche Jack. Sei una donna!”

Ziaale non demorde. La trattativa è difficile e attraversa momenti critici. L’adulta delle due arriva a minacciare di abbandonare il gioco, piuttosto che rinunciare a un capo donna e, alla fine, ha la meglio.

“Va bene zia! Meglio Sheila o Jane?”

Per questa volta mi accontento di aver vinto la battaglia di genere, all’orgoglio nazionale ci pensiamo un’altra volta.

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Speriamo che sia femmina

“Che bella notizia! E come stai? Hai le nausee?”

“Si parecchie, soprattutto la mattina, ma poi passa”

“E ti senti molto stanca?”

“Sì, nel pomeriggio torno dall’ufficio, mi stendo sul letto e dormo come un sasso!”

“Il nome lo avete deciso?”

“No, aspettiamo di conoscere il sesso”

“Ah! …ma preferireste il maschio o la femmina?”

“Per noi è uguale. Non abbiamo preferenze, ma vorremmo saperlo per poter immaginare meglio come sarà!”

“Ho due amiche che hanno partorito da poco. Tutte e due maschietti e tutte e due speravano nella femminuccia. Dicevano di volere una bambina per potersi sbizzarrire con i vestitini!”.

 

Ogni mattina prima di uscire guardo ammirata il mio fagottino. Mettiamo il cappello blu, quello rosa con il fiocco o quello più chiaro con il coniglietto? E guarda com’è bella la sciarpa colorata! Se domenica usciamo mettiamo il vestitino a strisce bianche e rosse! Intanto la mia vanitosetta, a soli 14 mesi, sorride allo specchio provandosi di tutto: le cuffie per la piscina, il pigiama del papà, i calzini rubati dal cassetto.

Allora ripenso a quella conversazione. Davvero, l’ho fatto anch’io? Sto sbagliando tutto? Ma è così bella!

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“Vogliamo un uomo”

La prima avvisaglia, l’ho avuta a 25 anni. Fresca di laurea, vivevo ancora in un mondo fatto di aperitivi, lunghe notti e mattine brevi, voti in trentesimi, libertà e dubbi pressoché illimitati.

Per la prima volta, mi ero candidata per un lavoro degno di mantenere un adulto e non solo le vacanze di una studentessa laboriosa. Fin troppo elegante, mi avviai al secondo ed ultimo colloquio, quello con il direttore.

Perplessa e con qualche difficoltà a gestire la situazione, ascoltai la sequela di “Perché il suo profilo calza perfettamente le nostre esigenze”, stilata dai miei precedenti selezionatori. Io la ascoltai, il direttore no, perché era al telefono e, poco dopo aver messo giù, scandì una frase secca:

Noi vogliamo un uomo”.

Dall’alto della mia ingenuità, sorrisi. Sorrisi, perché la risposta pronta è una di quelle cose che invidio agli altri e che non mi sono concesse. Sorrisi, perché una frase così priva di senso doveva essere una battuta. Sorrisi, perché quelle quattro parole non rientravano nelle categorie riconducibili al mio mondo, almeno a quello in cui avevo vissuto fino a quel momento.

Ovviamente il posto non fu mio e mi ci volle addirittura qualche giorno per capire che quella del direttore non era affatto una battuta, ma una facile e bruta manifestazione di forza, non solo nei confronti di una pivella che non avrebbe saputo difendersi, ma anche dei dipendenti presenti, per la maggior parte donne, e del mio selezionatore, la cui scelta fu liquidata con quattro ingiustificabili parole.

Fu così che ebbi il benvenuto nel mondo dei grandi, quello in cui le questioni di genere non sono affare di poche tristi o rabbiose, nostalgiche di una gioventù vissuta negli ormai lontani anni Settanta.

Ne avrei avuto conferma, raccontando la vicenda, soprattutto alle donne.

In fondo, abbiamo attitudini diverse”                                               Forse è per l’equilibrio dei rapporti all’interno dell’ufficio”.        Non assume donne della tua età perché tra qualche anno potrebbero volere un figlio”

Io dico solo che di direttori così, faremmo volentieri a meno.

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