La segretaria del direttore

La prima volta che le ho chiesto di mettere alla firma del direttore il modulo per congedo, mi ha decisamente spiazzata. “Non ti devi preoccupare, le giovani mamme hanno diritto a stare a casa ogni volta che ce n’è bisogno. Pensa io non ho lavorato fino a 38 anni per stare con i miei figli”.

Ho creduto che avesse preso per un tentativo di giustificazione, il fatto che fossi arrivata spiegando la situazione, anche se il mio voleva essere solo un modo di aumentare la confidenza tra colleghe che si frequentano poco.  Poi ha continuato: “Se ha qualcosa da ridire, lo mettiamo a posto noi!”. Io veramente non avevo messo proprio in conto che il direttore potesse avere qualcosa da ridire per un giorno (forse due) di congedo, ma lei ha rincarato la dose  e, mentre ancora mi sforzavo di figurarmi la segretaria che rimbrotta il direttore, ha sibilato: “Sai, lui ha molti figli e nipoti, ma se li è potuti permettere perché la moglie è baby pensionata!”. Allora forse ce l’ha con il capo?

Qualche tempo dopo mi ripresento, chiedendo di far firmare una semplice dichiarazione sul fatto che io lavoro lì, proprio in quella sede, in quella via, a quel numero civico: praticamente un’evidenza. Mi serve per l’iscrizione di mia figlia alla scuola materna e so che alcune colleghe in passato, con altri dirigenti, hanno già utilizzato la stessa formula. Credevo fosse cosa semplice, ma si rivela un grande esercizio di pazienza, dote che possiedo in abbondanza, ma che questa volta giustamente latita. Al “Non so se si arrabbierà”, protesto sonoramente, poi cerco di ricomporre la situazione, ma ne ottengo una dose di veleno decisamente stridente con la figura rotonda, attempata e sorridente che offre a chi la incrocia nel corridoio. “Non ti preoccupare, anch’io ero come te. Ero sempre in ritardo e divisa tra il lavoro e figli piccoli. Poi, al Comune dove lavoravo, l’ho detto: se non siete contenti, non dovevate farmi il contratto!”.

Quindi non ce l’aveva con il capo, è proprio allergica alla madri che lavorano!

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Open source per le donne in difficoltà

CHAYN_Italia_logo-e1458502068965Si chiama Chayn Italia ed è la neonata piattaforma che utilizza tecnologie open source per combattere la violenza domestica nel nostro Paese. Chayn nasce per dare risposta alle donne che, sempre più spesso, compiono il primo passo per liberarsi dall’incubo della violenza, rivolgendosi a internet e scontrandosi con la frammentarietà e varia qualità dei contenuti web. Le vittime – e chi sta loro vicino – hanno, prima di tutto, bisogno di informazioni: in che modo la legge è dalla parte delle vittime? Come affrontare emergenze o problemi di tipo psicologico e sanitario? E soprattutto a quali centri specializzati ci si può rivolgere? La rete Chayn raccoglie queste ed altre informazioni e le rende facilmente fruibili a chi ne ha bisogno, offrendo la prima forma di “conforto”. Questo, infatti, è il significato della parola “Chayn” in Urdu, la lingua di nascita del progetto, sviluppato per la prima volta in Pakistan nel 2013 e che oggi conta 130 volontari in 13 diversi paesi.

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Vent’anni di amicizia e le donne in cucina (anche l’8 marzo)

Provo una specie di vertigine nel ricordare la quattordicenne che ero. Contenuta e euforica avrei festeggiato il mio primo capodanno in completa autonomia. Per l’occasione, i genitori di un amico ci avevano concesso il seminterrato del loro terratetto. Ricordo il brulicare e gli schiamazzi dei preparativi: decine di buste di patatine e pop corn, lo stereo portatile attorno a cui cantavamo “Funky gaaallooo” a squarciagola, ripetendo un balletto che solo chi ha superato i trenta può ricordare (per fortuna non c’erano Youtube e telefonini!). Ricordo le luci psichedeliche montate in garage e lo spumante della marca più economica e scadente che si potesse trovare in un supermercato.

L’anno in arrivo era il 1996 e si dà il caso che siano passati vent’anni. Vent’anni che qualcuno, incurante di tutto quello che è successo in mezzo, tra matrimoni, divorzi, aspettative tradite, successi, figli e capelli bianchi, ha deciso di festeggiare.

Questa volta, per accogliere tutti è stato necessario affittare un locale, visto che molti degli allora ragazzini, nel frattempo, hanno messo su famiglia. Affitto del locale, prenotazione del menù, animazione per i bambini, alla fine rimane fuori il dessert. Per questo, esce un accorato e disertato appello a portare dolci fatti in casa. Poi, qualche disperato richiamo, ecco l’ultimo:

"Per quanto riguarda il dolce hanno dato la disponibilità al momento:
 Maria - mascarpone e biscottini al cioccolato
 Francesca - ci provava (ma non si sa... potresti confermare)
 Gaia, Elena, Chiara, Marta e tutte le altre donne ce la fate a fare qualcosa??? fateci sapere, grazie".

Caro Riccardo, estendendo l’invito anche agli uomini avresti probabilità doppia di ottenere disponibilità. Ad ogni modo, è quanto di più significativo abbia letto su facebook in questo 8 marzo.

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Una telefonata mi ha spiegato perché i fatti di Colonia non possono essere letti in termini di “noi e loro”

I fatti di Colonia, devo ammettere, mi hanno lasciata spiazzata. Il racconto fatto da giornali e tv aveva qualcosa che non quadrava. Come “azione di guerra”, definizione usata dalla stampa -almeno da quella nostrana- sarebbe stata grave più di una bomba al centro della città, ma mi è parso di percepire che la reazione delle Autorità non sia stata proporzionata a questa interpretazione. Allora forse si è voluto esagerare?

Più leggevo e meno mi pareva di capire. La Zanardo, se la stava prendendo con chi aveva il mio stato d’animo? Come andavano interpretate le dichiarazioni della polizia di Colonia? Intanto, la lettura dei fatti più intelligente mi sembrava quella di Giulia Blasi “La Colonia in sé e la Colonia in te”. E a confermare la mia impressione, è stata la telefonata di un italianissimo e per niente islamico consulente aziendale, ricevuta ieri in ufficio.

IO: “D’accordo, allora, in giornata, le faccio sapere se i documenti relativi ai leasing sono necessari”

LUI: “Va bene. Comunque, lei è stata assente all’inizio di gennaio o sbaglio?”

IO: “??? In effetti sì, non sono stata bene”

LUI: “Credevo avesse troppo festeggiato”

IO: “No, purtroppo no” (Col tono di chi intende tagliare corto)

LUI: “Immaginavo avesse esagerato a Capodanno”

IO: “Purtroppo no”

LUI: “Non era a Colonia?!!”

IO: “Pur… per fortuna no!”

LUI. “AHHAHAHAHAHAAAAHH!!!”

IO: “Arrivederci!”

LUI: “Arrivederci!”

click.

Devo aggiungere altro?

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Maschio e femmina li creò

DSC_0999Sono relativamente giovani, papà e mamme con cui è piacevole rimanere in conversazione. Gente che lavora, che forse alle spalle ha laurea, master e specializzazioni. Eppure, anche questi genitori (e chi vi incappa) sono vittime dei più insidiosi e, apparentemente superati, cliché.

Li vedi attenti a seguire i passi incerti dei figlioletti intorno allo scivolo. Bimbi ancora rotondi, barcollanti e assolutamente non parlanti. Bimbi innocenti, spontanei, del tutto sprovveduti e maldestri, come si conviene a chi non abbia raggiunto neppure un anno di età. Insomma, creature adorabili.

Creature adorabili con genitori pronti a riconoscerli come maschi prepotenti da giustificare. Sì, proprio quando meno te lo aspetti, la mamma alta e bruna è pronta a rivolgersi a tua figlia dicendo: “Devi scusarlo, è un maschietto, è un po’ irruento”.  Quel tondarello in estasi da parco giochi sembra molto tranquillo, al più non ha ancora fatto bene i conti con l’equilibrio e deve imparare a gestire lo spazio intorno a sé, ma se già adesso gli diciamo che ci aspettiamo da lui un comportamento irruento, che per lui è naturale perchè è maschio, non ci sarà da stupirsi se fra tre, dieci o vent’anni si sentirà in dovere di assumere altri atteggiamenti, mentre le gentili rappresentanti dell’altro sesso, lo scuseranno con innata pazienza.

Non mancano comportamenti agli estremi opposti, ma ugualmente ansiosi di tramandare vecchi ruoli. Ecco allora che, ancor prima che ci sia stata una qualunque interazione, la mamma si lancia in un “Quella è una bimba: le fanciulle si trattano con i guantini, con i guantini!”. Ci sarebbe da rispondere: “Gli altri maschietti, invece, si possono prendere a schiaffi?”, ma si lascia correre perché siamo di fretta, perchè saremmo fraintesi o offensivi, si lascia correre chiedendosi quanto tempo dovrà ancora correre per nascere liberi di scoprire chi siamo.

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