25 novembre. A Kalina e al suo coraggio, per la Giornata mondiale contro la violenza sulle donne

La incontrai nella sede del centro antiviolenza di una media città della Toscana, a due anni dalla fine di un incubo. All’epoca, Kalina (chiese di essere chiamata così) aveva 25 anni e voglia di raccontare. Giovanissima, aveva lasciato Cuba, inseguendo un sogno d’amore. Lui “era bellissimo, allegro e scherzoso e veniva dall’Italia, il luogo che Dio ha curato di più”. Lo sposò a Cuba, in novembre, dopo circa un anno dal loro primo incontro, lasciandosi alle spalle un fidanzamento a distanza e portando con sé un permesso di soggiorno per motivi familiari e tanta fiducia in lui.

Una volta arrivati, però, Kalina non vide spalancarsi le porte del mondo al di là dell’oceano, anzi, lui cominciò a costruirle intorno confini molto stretti. Si erano stabiliti a casa dei genitori del marito e, a due mesi dalle nozze, aspettavano un bambino.

“Dalla gravidanza, iniziò a provare un sentimento di rifiuto nei miei confronti. Iniziò ad offendere me, la mia famiglia e il bambino. Dalle offese passò alle minacce e ai fatti: premeva con forza le dita sulla mia pancia, mi sputava sul viso e, mentre eravamo a tavola con la sua famiglia, mi pungeva con gli stuzzicadenti sotto la tovaglia”. La violenza aumentava in intensità e frequenza, di fronte ai familiari indifferenti o incapaci di intervenire. “Cominciai a cercare di coprire i segni delle violenze ripetute. Al sesto mese di gravidanza, finii in ospedale, dove salvarono il bambino da una minaccia di aborto. Allora, la speranza che tutto si sistemasse fu più forte della volontà di denunciare”.

Le cose, invece, peggiorarono. Si trasferirono in un’altra casa, dove il bambino nacque di otto mesi. Le violenze continuavano e i rapporti con altre persone erano sempre più rari. “Non potevo uscire da sola, prendere un autobus, fare la spesa o comprare qualcosa di mia iniziativa. Non avevo soldi, né documenti. Mi allontanò anche dagli amici che mi aveva presentato. Diceva che erano persone cattive e che doveva proteggermi”.

Il primo tentativo di salvarsi arrivò, dopo 14 mesi. “Avevamo portato il piccolo a Cuba, per farlo conoscere ai nonni e io comunicai la mia volontà di non tornare indietro. Resistetti alle lacrime e alle implorazioni di mio marito e dei suoi genitori e rimasi ”. La libertà, però, durò solo due mesi. “Mio marito tornò. Sembrava completamente cambiato. Era gentile, premuroso e, con il fascino della prima volta, prometteva ancora una vita felice insieme. Fu mia madre a convincermi a dargli un’altra chance”.

L’incantesimo durò per due anni. L’uomo sembrava aver messo da parte il suo lato violento, anche se Kalina non aveva fatto passi avanti nella conquista di una sua autonomia. “La mia condizione non era troppo diversa da quella di una schiava: iniziai a lavorare come operaia nell’azienda di famiglia, ma non venivo pagata e la mia posizione lavorativa non era ufficiale. Dopo un aborto volontario, superai la paura che una nuova gravidanza potesse far riemergere la violenza ed ebbi un secondo figlio”.

L’equilibrio si ruppe qualche tempo dopo. “Trovai, in casa, una bustina di cocaina. Mi disse che era di un amico. Pochi giorni dopo, ricominciò il terrore”. Lui usciva ogni sera e tornava, in piena notte, ubriaco e fatto. Svegliava la moglie e i figli minacciandoli e picchiandoli. “ Dopo un po’ di tempo, imparammo a difenderci fingendo di dormire. Il più bravo era il piccolo. A volte, credevo anch’io che dormisse, nonostante le urla del padre che rovesciava mobili, rompeva stoviglie e gettava oggetti dalla finestra”.

“Toccai il fondo quando, al quarto mese di una nuova gravidanza. Partorii, da sola, un bambino ormai morto. Finsi di perdonare mio marito per amore dei miei figli”. E grazie all’amore per i figli, Kalina riuscì a trovare il coraggio di uscire di casa ed ebbe la possibilità di trovare aiuto. Convinse la suocera ad accompagnarla da uno psicologo per risolvere alcuni problemi comportamentali del figlio maggiore. Alla ASL, nonostante lei avesse parlato soltanto del figlio, capirono in fretta: “Prima dobbiamo aiutare lei, poi penseremo al bambino”.

Così, Kalina venne in contatto con gli operatori del centro antiviolenza. Farsi aiutare non fu facile, sia perché temeva che se il marito l’avesse scoperta l’avrebbe uccisa, sia perché, nonostante fosse moglie da sette anni di un italiano, madre di due cittadini italiani , operaia nella fabbrica di famiglia, la sua presenza qui era sconosciuta alle autorità: tecnicamente era irregolare. “Il mio permesso di soggiorno era scaduto da quattro anni e ogni operazione di aiuto nei miei confronti era impossibile, anzi proibita dalla legge”.

“Un giorno eravamo usciti con i bambini. Fummo affiancati da una volante della polizia. Ricordo la paura che mio marito si accorgesse di qualcosa. Ci chiesero i documenti e ci portarono in Questura per il rinnovo del permesso di soggiorno”.

Da lì, iniziò la risalita. La fuga coi bambini, la permanenza in due diverse case-rifugio, la separazione dal marito con obbligo di alimenti per 500 euro al mese, l’inizio di alcuni lavori saltuari. All’uomo è stato tolto l’affidamento dei figli, ma non ha subito conseguenze penali.

Per lei, forse non è ancora facile, ma almeno adesso è possibile.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Global gender gap 2015

 

L’Italia guadagna un modesto quarantunesimo posto nella classifica mondiale per differenza di genere, pubblicata oggi dal World Economic Forum. Si tratta del decimo dei rapporti stilati annualmente dal WEF e basato su alcune misure riconducibili a quattro aree tematiche: salute, istruzione, partecipazione politica e situazione economica.

Ultimi tra i paesi del G7, nell’Europa a 15 precediamo la sola Grecia, ma siamo comunque in risalita rispetto agli scorsi anni. A far affondare il nostro Paese è soprattutto la differenza tra le capacità economiche di uomini e donne, tema su cui precipitiamo al 111° posto su 145 paesi.  Un dato ancor più sconcertante alla luce dell’ottimo risultato ottenuto nel campo dell’istruzione, che vede la perfetta parità raggiunta sull’istruzione primaria e secondaria e che colloca l’Italia al primo posto nel mondo per la quota (non troppo lontana dai due terzi) di donne iscritte ad un percorso di istruzione superiore.

Sul podio, senza sorprese, rimangono i Paesi del Nord Europa: Islanda, Norvegia e Finlandia, seguiti a ruota dalla Svezia.

Complessivamente, negli utlimi dieci anni, il gap si è colmato solo del 4%, con performance generalmente migliori su istruzione e salute e molto modeste in quanto a parità sul piano economico. Su questo punto le donne arrancano e, rispetto al 2006, le distanze si sono accorciate solo del 3%: di questo passo serviranno 118 anni per raggiungere l’equità.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Allez les filles, au travail!

Questo post vuole essere un omaggio a chi ha perso la vita negli attentati di Parigi e in particolare all’italiana Valeria Solesin. Una donna che si occupava di altre donne e non solo, come testimoniano numerosi articoli di stampa, nelle ultime ore.

Nel 2013, Valeria aveva scritto l’articolo che riporto qui sotto. La pubblicazione originale si trova qui, su neodemos.it.

Allez les filles, au travail!

In Europa, l’attività femminile è stata promossa fin dagli anni ’90 attraverso la Strategia Europea per l’occupazione (SEO). Obiettivo delle Istituzioni Comunitarie è favorire l’occupazione femminile in tutte le fasi del ciclo di vita, ed in particolare nei momenti considerati “rischiosi”, che coincidono con l’arrivo dei figli. Benché la partecipazione delle donne al mercato del lavoro sia fortemente aumentata nell’Unione Europea, importanti differenze tra paesi continuano a persistere. Gli Stati dell’Europa del Nord sono caratterizzati infatti da alti tassi di occupazione femminile e da una fecondità che si mantiene elevata. Al contrario, negli Stati dell’Europa del Sud, bassi tassi di attività professionale femminile, si coniugano a bassi livelli di fecondità (OCDE, 2011).
Una tale opposizione si riscontra ugualmente tra Francia e Italia. Nel 2011, il tasso di occupazione delle donne di età compresa tra i 20 e i 64 anni è infatti del 65% in Francia, contro 50% in Italia. Sempre nel 2011, l’indicatore congiunturale di fecondità è di 2 figli per donna in Francia, mentre in Italia è di appena 1,4 (ISTAT, 2012).
Eppure questi due paesi sono relativamente simili in termini demografici: entrambi con una popolazione di circa 60 milioni di abitanti (considerando la sola Francia Metropolitana), e con una speranza di vita alla nascita comparabile. Condividono inoltre aspetti culturali, quali la religione cattolica, e geografici, essendo uniti da 515 km di frontiera. Anche l’organizzazione del mercato del lavoro sembra rispondere a una logica simile: relativamente rigido in entrambi i paesi, tuttavia in Italia protegge maggiormente i lavoratori che appartengono alle categorie “tipiche” (come l’industria).
Alla luce di tali informazioni sembra logico domandarsi come mai due paesi vicini possano distinguersi così profondamente in termini di fecondità e di partecipazione femminile al mercato del lavoro. Una possibile spiegazione è che in Italia, più che in Francia, persista una visione tradizionale dei ruoli assegnati all’uomo e alla donna.

Il lavoro, per chi? Le opinioni di italiani e francesi
I dati dell’indagine European Value Study del 2008 descrivono dei forti contrasti nelle opinioni di francesi ed italiani riguardo la partecipazione delle donne al mercato del lavoro.
Alla domanda “E’ probabile che un bambino in età prescolare soffra se sua madre lavora fuori casa”, il 76 % degli italiani e delle italiane dichiara di essere “molto d’accordo” o “abbastanza d’accordo”. Si tratta di solo il 41 % nel caso delle francesi e dei francesi. Anche alla domanda “Una madre che lavora fuori casa può stabilire un rapporto caldo e sicuro con i figli quanto una madre che non lavora” gli italiani mostrano un atteggiamento più tradizionale dei vicini oltralpe. Tra gli italiani e le italiane solo il 19% si dichiara “molto d’accordo” con l’affermazione, mentre tale percentuale raggiunge il 61% nel caso dei francesi e delle francesi.
In Italia esiste dunque un’opinione negativa rispetto al lavoro femminile in presenza di figli in età prescolare. In Francia, invece, il lavoro femminile è incoraggiato in tutte le fasi del ciclo di vita, anche in presenza di figli piccoli. Per tale ragione sembra ragionevole pensare che in Italia, più che in Francia, la partecipazione delle donne al mercato del lavoro possa essere influenzata dall’età e dal numero di figli.

Chi sono le donne che lavorano in Francia ed in Italia?
Stando ai dati dell’Indagine Labour Force Survey del 2011, in entrambi i paesi, il tasso di occupazione delle donne senza figli è sistematicamente superiore di quello delle donne con figli. In Italia però, la situazione sembra più drammatica poiché, nella fascia di età compresa tra i 25 e i 49 anni, lavorano il 76% delle donne senza figli, contro 55% delle donne con figli. In Francia, invece, tali percentuali raggiungono l’81% nel primo caso e il 74% nel secondo.
Schermata 2015-11-15 a 18.11.22Inoltre, in Italia, il tasso di occupazione femminile risulta influenzato dalla grandezza della famiglia: esso decresce all’aumentare del numero di figli. In Francia, invece, l’occupazione femminile varia solo marginalmente in presenza di uno o due figli nel nucleo. Tuttavia, in entrambi i paesi, vivere in un nucleo famigliare composto da tre figli o più, mette in serio pericolo l’attività professionale delle donne. In Italia, infatti, nella fascia di età 25-49 anni, solo il 42% delle donne con tre figli sono attive occupate, tale percentuale aumenta a 60% in Francia.
Benché in Italia esista un’opinione negativa rispetto al lavoro femminile in presenza di figli piccoli, il tasso di occupazione delle donne con figli in età prescolare è inferiore di soli 6 punti percentuali rispetto a quello delle donne senza figlia di età inferiore ai sei anni (61% contro 55%). In Francia, invece, a fronte di un’opinione positiva sul lavoro femminile durante tutte le fasi del ciclo di vita, il tasso di occupazione diminuisce profondamente in presenza di figli piccoli (80% delle donne senza figli di meno di sei anni sono attive occupate, contro 66% delle madri con figli di meno di sei anni). In questo paese, infatti, esistono delle misure per la conciliazione famiglia-lavoro che permettono a donne (e uomini) di cessare – momentaneamente – la loro attività professionale.

Per concludere
In un contesto europeo in cui si promuove l’occupazione femminile non si possono ignorare le conseguenze dell’arrivo dei figli sull’attività professionale delle donne. Se da un lato, infatti, l’Italia fatica a raggiungere l’obiettivo, sancito dal trattato di Lisbona, di un’occupazione femminile al 60%, si nota che anche in Francia, paese assai più performante, l’occupazione delle donne sia ancora sensibile all’età e al numero di figli presenti nel nucleo famigliare. E’ per questo motivo che appare auspicabile una maggiore condivisione delle responsabilità familiari e professionali tra le donne e gli uomini in entrambi i paesi.

Riferimenti bibliografici
ISTAT, 2012, Noi Italia, 100 statistiche per capire il paese in cui viviamo, www.istat.it
OECD, 2011, Doing better for families. Paris: OECD Publishing

 

 

 

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Sopra e sotto la scrivania, ovvero brillanti carriere e… malelingue

Un caschetto liscio e nerissimo, lineamenti regolari, sguardo intenso e sempre serio. E’ un tipo ombroso e di poche essenziali parole. Della sua vita privata si sa ben poco: solo che ha origini marchigiane, che ha un divorzio alle spalle, guida uno scooter e abita in una bella e ricca zona residenziale al margine della città.

Prima dell’ulteriore salto di carriera, qua dentro, rappresentava un raro e, forse unico, caso di capo donna con un team a prevalenza maschile. Circostanza a cui i colleghi non erano abituati neppure visivamente, tanto che qualcuno, magari sensibile al fascino di lei, identificava il gruppo come “Biancaneve e i sette nani”.

Ai piani bassi, però, non ha mai riscosso troppa simpatia, né forse ne ha mai cercata. Lo si capisce dal fatto che, quando si parla di lei, prima o poi  si arriva sempre alla stessa domanda, soprattutto adesso che le è stato affidato un budget da quasi un miliardo di euro e uno stipendio commisurato a tanta responsabilità.

“Come ha fatto ad arrivare lì?”.

La domanda fa strada alla risposta e qualcuno, col tono di chi la sa lunga, butta là un: “Lei stava col direttore generale”. E ancora si ribatte roteando gli occhi: “Luiii?? Non è certo uomo con grande appeal!”. “Ci vuol fegato!”. “Il fascino del potere!”.  “E poi?”. “E poi, quando le cose cominciavano a farsi serie, lui l’ha mollata… ma si parla di anni fa!”. “E ora?”. “Ora sarà passata sotto un’altra scrivania, in Presidenza!”.

Qua, le dirigenti donna non sono poche (d’altra parte l’ambiente è a netta prevalenza femminile) e, su quasi tutte, ho sentito discorsi di questo tipo. Anzi, per essere più precisa, su tutte a parte due: una è stata appena declassata e l’altra ha fatto una carriera tardiva, troppo per incarnare il cliché della svampitella che elargisce favori sessuali.

Sarà ancora una volta colpa di Cenerentola, ma la storia è sempre la stessa e comincia ad annoiare: lui è ricco e potente e lei può godere del suo successo purché sia bella, giovane e ubbidiente.

Facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail