Il mio lavoro secondo i miei genitori, capitolo II

“Allora, sei contenta?”
“No”
“…ma è un lavoro in un’amministrazione importante. Regolare, retribuito. Ha l’orario flessibile”
“Di cosa dovrei essere contenta? Di essere sottoinquadrata e con nessuna prospettiva, oltre che ancora precaria?”
Qui, la creatività dei miei genitori supera talmente la mia immaginazione che mi spiazza e mi lascia quasi senza parole:
“Ti dà una posizione, l’indipendenza dal marito…”
“…”
“!”
“L’indipendenza dal marito?”

Avete capito bene ragazze, buttate alle ortiche gli anni di Università, le esperienze di lavoro, le vostre attitudini personali, speranze e impegno, tanto vi basta un lavoro che vi permetta almeno di mangiare nel caso in cui a vostro marito venga un colpo di testa.

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Ballerine rosa

Non li conosco, ma li immagino così: lei una mamma di corsa, divisa tra lavoro, giardinetti e lavatrici. Lui un bel bambino, in età da scuola materna, scapigliato e chiacchierone.

Ebbene, a quanto pare, l’ometto, un bel giorno, è stato portato in un negozio per comprare un paio di scarpe e ha scelto quelle che preferiva. Amore a prima vista. Le desiderava così tanto che per la madre è stato impossibile negargliele.

La immagino leggermente chinata, cercare lo sguardo del bambino e spiegare: “Quelle non vanno bene per te! Ne scegliamo un altro paio!”.

A questo punto non so, se per convincerla siano stati necessari occhi da cucciolo e un musetto carico di delusione che, proprio no, alcune mamme – tra cui me – non possono sostenere, oppure se abbia dovuto inscenare uno dei quei drammi, possibili solo per bambini con meno di 8 anni. L’età in cui, un paio di scarpe o una caramella sono un motivo sufficiente per urlare di disperazione, diventare paonazzi e stendersi per terra  gridando al mondo l’ingiustizia subita.

Qualunque sia stata la tecnica di persuasione, non solo madre e figlio sono tornati a casa con un paio di ballerine rosa, ma al mattino successivo lui, fierissimo, le ha indossate per andare a scuola.

Ed è qui che lei ha incontrato gli sguardi e i commenti ostili, divertiti o perplessi  delle altre mamme.

È qui che lui ha incontrato l’ammirazione e l’approvazione dei compagni di classe.

“Mamma, hai visto, che le scalpe con il disegno del mio animale pleferito sono piaciute a tutti!!?”

Eh sì, perché le ballerine rosa, erano soprattutto un paio di scarpe zebrate.

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Il mio lavoro secondo i miei genitori, capitolo I

Non c’è bisogno che lo dica io: il mercato del lavoro italiano è asfittico. E comunque, si sa, “In tanti non lavorano” e chi lo fa, più o meno precario, non può lamentarsi perché “tu almeno un lavoro ce l’hai”. Se poi guadagni più di mille euro netti, senza alcuna prospettiva di carriera né di pensione da qui all’eternità, sei un privilegiato ingrato.
“Vorresti addirittura un lavoro che c’entra qualcosa con te? Con quello che hai fatto negli scorsi trent’anni?”. Bene, sei il solito “giovane” con la testa per aria.
Le incomprensioni tra me e il resto del mondo, in tema di lavoro, sono notevoli. E il resto del mondo annovera anche i miei genitori.
Poi sei una donna e hai un lavoro nella PA, una vera manna:
“Questo lavoro ti dà una certa libertà, per esempio se devi assentarti per un vaccino alla bambina puoi farlo senza problemi!”
“A parte che non è vero, almeno non più che in altri posti, e poi quanti vaccini deve fare mia figlia da qui a vent’anni?”
Il mito del vaccino sembra radicato profondamente tra le convinzioni di mia madre e lo evoca spesso nel disperato tentativo di farmi ragionare.
Poi, per la mia bambina, arriva il momento dell’inserimento all’asilo nido e dell’inevitabile virosi che colpisce le allegre e ignare cucciolate.
Si ammala e giunge l’occasione di prendere uno dei 30 giorni di congedo retribuito per malattia del figlio, che spettano a padri e madri con il mio contratto di lavoro. Un giorno, perché per quelli successivi ho modo di organizzarmi diversamente.

Contro ogni aspettativa, mia madre non attende trionfante questo momento.
“Cosa ti hanno detto in ufficio? Come l’hanno presa? Non potrai assentarti più di tanto, con una figlia così piccola. Se abitassi vicino a me, te la potrei guardare io e non ci sarebbero problemi”.
Molte delle mie amiche, abitano a poche centinaia di metri dai loro genitori. Comincio a pensare di non essere l’unica a cui si dicono spesso certe cose.

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