Archivi categoria: NUMERI E IMMAGINI

I nostri primi 70 anni

Due giugno 2016. Esattamente 70 anni fa, per la prima volta, le donne entravano in cabina elettorale, chiamate a scegliere per il nostro futuro. La festa della Repubblica, quindi, è anche giornata delle donne e, come ogni festa, è sì celebrazione, ma anche condivisione e monito. Monito a tenere la barra dritta e proseguire su una certa strada. Ecco perché, mentre festeggiamo la maturità di elettrici, vale la pena interrogarci su quanto c’è ancora da fare. Quanto è aumentato il potere decisionale delle donne in 70 anni di Repubblica? La nostra croce sulla scheda elettorale serve ancora a decidere chi sono gli uomini che devono comandare? In buona parte sì. Visto che, ad oggi, le donne sono circa il 30% dei parlamentari, il 10% dei presidenti di Regione e il 14% dei sindaci (dati openpolis). Visto che deleghe e cariche femminili continuano a essere quelle tradizionali (Lavoro e Formazione, Cultura, Istruzione) e diminuiscono sensibilmente in settori chiave, come Economia, Sanità, Attività produttive. Visto che il governo in carica aveva esordito, con grandi annunci di stampa, come governo rosa al 50%, per passare al 26% in pochi giorni, con la nomina di sottosegretari e viceministri. Mentre, oggi, dopo il rimpasto, il riposizionamento europeo di Federica Mogherini e le dimissioni della ministra Federica Guidi, appena una carica di governo su 4  è ricoperta da donne. Un aiuto alle donne in politica sono le discusse “quote rosa”.  Oggetto di scontro, tra uomini che “Certo di fronte alla porta bisogna cedere il passo alle signore” e poi votano per tenersi il posto e donne che “Io conto solo sulle mie capacità, non sono un animale da riserva”. Intanto, nel 2012, è arrivato il primo aiuto. Con la legge 205/2012, infatti, è stata introdotta la “doppia preferenza di genere” per le amministrative, nei comuni con più di 5.000 abitanti. Il concetto, per farla semplice, è: se dai due preferenze, almeno una deve andare a una donna. Il risultato è che la presenza femminile nelle amministrazioni locali è cresciuta del 38,8% in tre anni e, tra una settimana, con le amministrative del 6 giugno si farà un altro passo avanti. Qualcuno contesta che è solo un trucco, che se domani votassimo senza quote saremmo punto da capo. Senza dubbio, ma certi cambi di mentalità richiedono ben più tempo per compiersi. E’ questione di abituarsi. Abituarsi a vedere donne che dirigono da donne.

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Per chi lavora la tata?

Sabato mattina, ferma al semaforo, la mia auto segna 27 gradi: un buon motivo per tenere i finestrini aperti. L’attesa dura giusto il tempo di farmi arrivare all’orecchio un’unica frase, forte e chiara: “Poi, a mia moglie, ci vuole la tata!”. Mentre, sulla destra, sfilano due biciclette con a bordo altrettanti signori sui 60, nella mia testa, appaiono due domande polemiche:

Chissà dove vive questo signore, che si preoccupa dell’assunzione di una tata per la casa della moglie?

O, più probabilmente, dopo essersi goduto il sole con l’amico sta  tornando in quella stessa casa lustra e, vista l’ora, con la tavola apparecchiata e i piatti fumanti?

Il tono del signore fa propendere per la seconda opzione. Niente di cui stupirsi, visto che le donne Italiane (come, su base dati Istat, indica il rapporto “Le equilibriste” redatto da Save the children, 8 marzo 2016) dedicano al lavoro domestico e di cura non pagato circa 5 ore e 9 minuti al giorno, a fronte di un impegno degli uomini pari a 2 ore e 22 minuti. Inoltre, anche la suddivisione del lavoro non è neutra. “Le donne infatti si concentrano principalmente su attività eminentemente domestiche (come stirare e cucinare), mentre gli uomini dedicano la maggior parte del tempo ad attività come riparazioni e cura degli animali domestici”.

Insomma, l’assunzione della tata (sempre donna!) suona quasi come un eventuale regalo alla moglie. D’altra parte, ad oggi, la tata è lei e non costa niente!

 

 

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Cinema. Adesso si raccontano le donne

L'attrice Valeria Golino
L’attrice Valeria Golino

Hollywood, l’industria culturale per eccellenza, è maschilista, sia dietro le quinte che sulla scena. A dirlo sono alcuni studi americani. Per esempio, nel report Celluloid Ceiling (San Diego State University), si calcola che le donne rappresentano solo il 19% di coloro che hanno lavorato dietro la macchina da presa – nel ruolo di direttori, scrittori, produttori, editori o operatori – per i 250 più importanti film statunitensi del 2015.

Sulla scena le donne non se la passano meglio. Solo il 12% dei ruoli da protagonista assegnati nel 2014 corrispondevano a figure femminili e, come non dubitarne, le attrici sono state pagate meno delle loro controparti maschili.  Non solo, alle interpreti si chiede, per lo più, di interpretare ruoli di giovane (20-30 anni) madre, moglie o vittima.

Da ieri, però, la produttrice italiana Chiara Tilesi, con un nutrito gruppo di collaboratori, tra cui Valeria Golino e Juliette Binoche, ha fondato, a Los Angeles, “We do it together”, una compagnia di produzione no-profit, che sosterrà la realizzazione di film, documentari e formati per la TV, completamente dedicati alle donne. L’obiettivo, ovviamente, è quello di abbattere gli stereotipi  e restituire alle donne la possibilità di raccontarsi e vedersi rappresentate.

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Open source per le donne in difficoltà

CHAYN_Italia_logo-e1458502068965Si chiama Chayn Italia ed è la neonata piattaforma che utilizza tecnologie open source per combattere la violenza domestica nel nostro Paese. Chayn nasce per dare risposta alle donne che, sempre più spesso, compiono il primo passo per liberarsi dall’incubo della violenza, rivolgendosi a internet e scontrandosi con la frammentarietà e varia qualità dei contenuti web. Le vittime – e chi sta loro vicino – hanno, prima di tutto, bisogno di informazioni: in che modo la legge è dalla parte delle vittime? Come affrontare emergenze o problemi di tipo psicologico e sanitario? E soprattutto a quali centri specializzati ci si può rivolgere? La rete Chayn raccoglie queste ed altre informazioni e le rende facilmente fruibili a chi ne ha bisogno, offrendo la prima forma di “conforto”. Questo, infatti, è il significato della parola “Chayn” in Urdu, la lingua di nascita del progetto, sviluppato per la prima volta in Pakistan nel 2013 e che oggi conta 130 volontari in 13 diversi paesi.

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Global gender gap 2015

 

L’Italia guadagna un modesto quarantunesimo posto nella classifica mondiale per differenza di genere, pubblicata oggi dal World Economic Forum. Si tratta del decimo dei rapporti stilati annualmente dal WEF e basato su alcune misure riconducibili a quattro aree tematiche: salute, istruzione, partecipazione politica e situazione economica.

Ultimi tra i paesi del G7, nell’Europa a 15 precediamo la sola Grecia, ma siamo comunque in risalita rispetto agli scorsi anni. A far affondare il nostro Paese è soprattutto la differenza tra le capacità economiche di uomini e donne, tema su cui precipitiamo al 111° posto su 145 paesi.  Un dato ancor più sconcertante alla luce dell’ottimo risultato ottenuto nel campo dell’istruzione, che vede la perfetta parità raggiunta sull’istruzione primaria e secondaria e che colloca l’Italia al primo posto nel mondo per la quota (non troppo lontana dai due terzi) di donne iscritte ad un percorso di istruzione superiore.

Sul podio, senza sorprese, rimangono i Paesi del Nord Europa: Islanda, Norvegia e Finlandia, seguiti a ruota dalla Svezia.

Complessivamente, negli utlimi dieci anni, il gap si è colmato solo del 4%, con performance generalmente migliori su istruzione e salute e molto modeste in quanto a parità sul piano economico. Su questo punto le donne arrancano e, rispetto al 2006, le distanze si sono accorciate solo del 3%: di questo passo serviranno 118 anni per raggiungere l’equità.

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